The time of nature is no longer our time – Italian
Il tempo della natura non è più il nostro tempo
Non capita tutti i giorni di avere uno spazio per il silenzio. Il silenzio come luogo in cui le notifiche, i messaggi o le mail non possono arrivare. Il silenzio come essere: il caldo abbraccio dei pensieri e lo sfogo libero delle parole.
Ed è esattamente ciò che mi è capitato durante la residenza per scrittori a ST.Andrews, in un febbraio troppo primaverile, quando le nuvole si muovono rapide, l’haar si protrae uggioso dal mare e la temperatura, troppo alta, preannuncia una natura già in fiore. E un’umanità in caduta libera.
In questo silenzio, a tratti inquietante, mi sono fatta coccolare. Il silenzio della biblioteca, luogo che mi ha trasportata ai tempi spensierati dell’università e alle giornate immerse nei libri.
Ah, maledetta nostalgia!
Che dire poi del silenzio dell’ufficio. Altra goduria!
Per la prima volta ho avuto uno spazio di lavoro, tutto mio, fuori da casa.
Per chi non conoscesse l’ebbrezza dell’essere freelance, tutto si traduce in tre semplici cose: una vita eternamente precaria, l’assenza di uno spazio lavoro e spazio casa, quindi tutto diventa un unico oggetto, ovvero il lavoro, e infine la reperibilità sempre e comunque, h 24, giorno e notte, Natale e Ferragosto. Perchè se sei freelance devi esserci.
E invece a Sant’Andrews ho scelto di non esserci.
Ho annusato il mare increspato d’inverno, sulle cui note ondose, ciondolavano gabbiani ingrassati e altri simpatici pennuti. Uno di loro stava pure aggredendo il mio pranzo al sacco, rigorosamente vegetariano-industriale, acquistato in una panetteria del centro di ST.Andrews, caro come un gioiello mai posseduto.
A Sant’Andrews, ho osservato il fiume in piena della gioventù in procinto di esplodere.
Le menti più brillanti, creative, rivoluzionarie – anche qui ho sentito “free free Palestine” – ma anche quelle più prone, pavide e conservatrici.
E nonostante tutto, ho pensato: che meraviglia la gioventù!
E che meraviglia lo spazio a essa concesso.
Concesso? Già mi correggo.
Mi sembra così strano che ai giovani sia dato uno spazio! E la prima parola che utilizzo è “concedere”, come se i diritti fossero favori, scambi concessi in cambio di qualcosa: “io ti do a te e tu mi dai a me”. Che barbaria!
Eppure, non c’è da stupirsi. L’Italia è oggi in mano a una classe borghese, bianca, reazionaria strenuamente arroccata in posizioni di potere e privilegio. Una generazione fatta di sessantottini falliti e berlusconiani, generatrice di una cultura individualista, patriarcale e conservatrice.
E noi – io per prima – siamo in gran parte figli3 di quella generazione: classe operaia, bassa, media o alta – migrante italiana o migrante extra italiana – che ha dovuto essere prima lavoratrice, e poi consumatrice.
La verità che noi siamo figl3 di una cultura patriarcale, coloniale, estrattivista e individualista, inserita in una grande macro cornice: quella economica del capitalismo, della crescita infinita, dell’accumulazione del profitto. La chiave della vita è il successo, il denaro, il riconoscimento sociale. Lavora, consuma e crepa. Non c’è altro Dio al di fuori del consumo.
Eppure c’è chi resiste. In Italia, come nel mondo. Ed è esattamente questa resistenza, troppo poco narrata che ho voluto portare in questa settimana di residenza a St.Andrews. La resistenza di Ivan, Antonio, di Teresa: persone che hanno scelto di tornare a coltivare il grano, fondando una cooperativa sociale che rispetta i diritti delle persone e dell’ambiente.
Sono loro i protagonisti del documentario “La Terra mi tiene”, un viaggio tra le stagioni del grano, una riflessione sulla vita e sulla morte, e su noi, esseri umani di passaggio di questa Terra, a cui dovremmo solo inchinarci. “La Terra mi tiene” è un omaggio a chi è andato via, a chi ha scelto di restare, a chi sta immaginando e mettendo in pratica un mondo nuovo, fatto di relazioni, di cura e di rispetto dei tempi della natura. Sì, perché, il tempo della natura non è più il nostro tempo. Abbiamo perso quella relazione fragile, simbiotica, vitale con la natura, a partire dal cibo che mangiamo, prodotto in modo standardizzato, come un qualsiasi bullone.
Eppure c’è chi resiste. in Italia, come nel mondo.
C’è chi torna a fare il cibo buono e sano, a curare i suoli e le falde acquifere.
C’è chi difende il diritto all’acqua, come i giovani ambientalisti iracheni che lottano e rischiano le loro vite per tutelare i fiumi Tigri ed Eufrate.
Anche loro sono arrivati a St.Andrews, grazie al workshop “Decolonize Narrative” tenuto in questa settimana di residenza.
E insieme a loro, a St. Andrews, sono arrivate anche le storie delle donne tunisine che recuperano semi autoctoni tradizionali per lottare contro la crisi climatica, producendo cibo in modo sostenibile. Ma anche le voci dei giovani libanesi, iracheni, algerini che nel 2019 sono scesi in piazza per reclamare giustizia sociale e diritti.
Insomma, ci sono minuscole storie che rendono più bello il mondo e che stanno già provando a ri-immaginarselo. Un mondo di persone, spesso ai margini, che stanno scrivendo la storia. Ma affinché la storia cambi davvero, bisogna narrarle queste minuscole storie. E bisogna “decolonizzare” la narrazione, il linguaggio. Rimettendo al centro la cura di noi- come comunità – ma soprattutto la relazione con l’ecosistema di cui facciamo parte. E per farlo, bisogna ripartire dal tempo della natura.