Extract from “Contemporary Letters”, a writing book by Sara Manisera with Ariam Tekle and Emmanuelle Marechal – Italian
Estratto da “Lettere Contemporanee”, libro in scrittura di Sara Manisera con Ariam Tekle e Emmanuelle Marechal.
Care,
è passato troppo tempo dall’ultima volta che vi ho scritto. Mi dispiace e mi scuso per questa lunga, ingiustificabile assenza. Ho sentito Ariam tra messaggi, chiamate e qualche interazione veloce su Instagram. Emmanuelle, non so molto di te, me ne dispiace ma spero che in questo mondo che crolla ci sia un po’ di serenità nella tua vita.
Avrei tanto da dire e da scrivervi. Inizio con delle scuse, rivolte a voi e rivolte a me.
A voi perché non sono riuscita a scrivervi come avrei voluto.
Sappiate che questo è uno spazio a cui tengo molto. È uno spazio prezioso per me e la mia assenza non voglio che sia letta da voi come non curanza. Se non vi ho scritto è perché non non ho saputo prendermi il tempo.
Ho sempre voluto dedicare più tempo alla scrittura, alla rielaborazione dei pensieri, dei dolori e delle gioie ma questo tempo contemporaneo ci impedisce o almeno a me sta impedendo di prendermi il tempo. Il tempo per riflettere, pensare e scrivere. In realtà penso sempre o almeno ci provo ma mi sento continuamente braccata da tutta una serie di eventi, fatti, impegni, notizie che mi rubano la concentrazione e la calma per dedicarmi solo alle parole.
È un esercizio necessario di cui mi sto privando sempre di più. Manca la concentrazione anche se il flusso di pensieri e di rabbia è incessante.
Ed è proprio di rabbia di cui vorrei parlarvi. Una rabbia che vedo diffondersi attorno ma che è spacchettata, frantumata in mille pezzi come lo è la società in cui viviamo. C’è chi ha rabbia verso il governo, chi verso i poveri, chi verso i borghesi, chi verso gli stranieri, chi verso i neri, chi verso i giornalisti, chi verso i medici, chi verso Dio, chi verso tutti. È una rabbia che andrebbe convogliata, in qualche modo guidata, e bisognerebbe avere la lungimiranza di costruire alleanze, di ricostruire ponti, di dialogare, di mettersi in ascolto. Ma c’è chi è in grado di farlo? C’è chi ne ha voglia? Quanta energia ci vuole?
Perchè vi scrivo tutto questo?
Perchè osservo, partecipo e provo a raccontare le proteste in Italia contro il genocidio in corso da parte di Israele nei confronti del popolo palestinese.
Perchè osservo, partecipo e provo a raccontare le proteste dei giovani preoccupati per la crisi climatica in corso.
Perchè osservo, partecipo e provo a raccontare la rabbia degli operai di GKN a Firenze, di quelli di Taranto, dei lavoratori di Mondo Convenienza, dei riders, dei lavoratori nelle campagne e dei giornalisti.
Perché osservo, partecipo e provo a raccontare la rabbia degli agricoltori che scendono in piazza con i trattori non capendo però qual è il vero nemico.
Perché osservo, partecipo e provo a raccontare la rabbia di chi non ha diritto alla casa, di chi non può permettersi una visita specialistica, un asilo, un figlio o un affitto di un appartamento.
E più osservo, più partecipo più rifletto su dove stiamo andando.
Sembra di essere negli anni post 1929. Una crisi economica spaventosa causata dagli interessi di pochi – banche, multinazionali – una campagna di propaganda che dura da decenni nei confronti di arabi e persone razzializzate; una società frammentata e un governo di fascisti.
Dall’altra parte un’opposizione timida ancora incapace di immaginare il mondo che verrà.
Perchè è così, amiche mie, se non riusciamo ad immaginare cosa verrà dopo, la rabbia si trasformerà in violenza cieca e settaria.
E invece è giunto il tempo di unire le forze, di mettere insieme le diverse anime delle proteste e provare a fare un lavoro di dialogo ma soprattutto di immaginazione della società che vogliamo costruire o almeno lasciare domani a chi verrà dopo di noi.
Dobbiamo dare spazio a tutta la nostra immaginazione, affinché essa generi parole che possano dar forma a nuove realtà. Sono le parole che dovrebbero guidarci in questo esercizio ma le parole richiedono tempo per essere condivise, elaborate e soprattutto per farle diventare agire.
È l’agire che smuove le cose, la pratica, il fare. Ed è nella pratica che possiamo trasformare l’immaginazione in atto, in nuova realtà e società.
Di questo ne sono sempre più convinta. Spero che questo mio pensiero appena condiviso non sia scambiato con arroganza.
Per farvi comprendere meglio il mio ragionamento partirò da un esempio concreto.
La chiamerò “Rivolta di Auletta”.
Per oltre 15 anni, il paese dove ho scelto di tornare a vivere, è stato governato da uomini meschini, arroganti ed egoisti. Ominicchi e quaquaraquà che hanno giocato sui bisogni delle persone più fragili e vulnerabili, facendo passare i diritt come favori,i in cambio di voti di scambio. Un paese dove è stata distrutta la comunità, dove regna l’indifferenza, il menefreghismo, dove tutti sono contro tutti. Razzisti e fascisti. Fratelli d’Italia ha preso il 47% in questo paesino dove nessuno partecipa a nessuna attività, dove non c’è niente in realtà, se non bar, consumo e slot. Qualche anziano vive la campagna ma il clima che si respira è quello appena descritto.
A giugno 2023, tramite una collega, vengo a sapere di un progetto che il Comune di Auletta vorrebbe far realizzare sul territorio: un mega impianto di biometano che necessita di circa 80mila tonnellate all’anno di scarti e rifiuti per funzionare. Lo vogliono costruire in un posto incontaminato, nella piccola contrada della cerreta, dove il tempo sembra si sia fermato a 50 anni fa, dove tutto è in armonia, dove alzando gli occhi si vedono i maestosi monti Alburni e si possono udire migliaia di esseri animali dediti al canto.
Inizio a fare il mio lavoro, a studiare le carte, a parlare con esperti di questi impianti, a fare le visure camerali; da una società di Roma, arrivo a una holding, dalla holding in Italia arrivo in un’altra in Lussemburgo che a sua volta si ramifica tra Uk, Albania e Slovenia. Scatole cinesi fatte per nascondere i veri proprietari e per far perdere un po’ le tracce della provenienza dei soldi.
Raccolgo tutto e scrivo un manifesto, raccontando i fatti. Insieme a un gruppo di giovani iniziamo a fare quello che si deve fare: andare “casa per casa, strada per strada”, come diceva qualcuno. Citofoniamo alle persone, ci parliamo e lasciamo loro il volantino informativo. Organizziamo un’assemblea pubblica.
È il 10 agosto, il mio 34esimo compleanno. C’è una grande partecipazione, a tratti inaspettata. Si discute, si dibatte. Insieme a noi, c’è un ingegnere che ha e conosce bene la tecnologia del biometano. È un assembla costruita non per dire “NO e basta” ma per dire “le cose si devono fare in base ai bisogni delle persone che vivono in determinati territori”, non calando dall’alto progetti che fanno arricchire pochi a scapito di molti. È un grande successo. Le assemblee e gli incontri continuano. Decidiamo di organizzare una cena sociale fatta di pasta e fagioli, piatto della tradizione contadina di Auletta proprio lì dove dovrebbe sorgere il mega impianto. E poi organizziamo un’altra cena comunitaria per raccogliere fondi; e poi un altro evento per parlare di soluzioni a questi mega impianti calati dall’alto, ovvero le comunità energetiche. Continuiamo a incontrarci, a stare insieme, a dialogare: organizziamo un cinema di comunità, proiettiamo Upside Down e Valzer con Bashir, insomma proviamo a portare cultura. E poi organizziamo una grande manifestazione non autorizzata: 450 persone scese a marciare per tutto il paese per dire no al mega impianto, a un impianto che viene spacciato per transizione energetica ma che farà arricchire i soliti noti, amici di Meloni e Crosetto, i patrioti con i soldi in Lussemburgo.
E mentre facciamo tutte queste azioni, dialoghiamo, parliamo e scegliamo le giuste parole: bene comune, casa comune. Ripartiamo da questa semplice idea. Dobbiamo fare le cose per il bene comune, per tutti e tutte noi.. E ciò significa proteggere l’ambiente, l’aria, l’acqua e i suoli; significa rendere la cultura – il cinema, i libri – accessibile a tutt3. Significa riaprire e occupare spazi comunali, tornare a fare comunità. E mentre facciamo comunità iniziamo ad immaginare: orti sociali, case sfitte e abbandonate trasformate in appartamenti sociali per dare la possibilità a persone che non possono più permettersi la vita in città di poter avere il diritto alla casa; e poi la cura dello spazio, la riduzione della spazzatura, botteghe sociali dove le persone a basso reddito possono fare la spesa senza sentirsi in dovere di votare chi gli dà un pacco alimentare di suo diritto; ecco con questo gruppo di persone iniziamo ad immaginare il paese che vogliamo. Immaginiamo, scriviamo, e pensiamo… e se ci candidassimo? E se facessimo una lista radicale, con le nostre idee e programma? Iniziano gli attacchi. “L’avete fatto solo per politica”, dicono certuni, come se la politica quella vera fosse appannaggio di pochi, come se la politica non siamo noi, noi con le nostre scelte. Tutto è politica; è politica come mangiamo, come ci vestiamo, come parliamo. La parola politica viene continuamente bistrattata per allontanare le persone oneste dal farla, ne sono sempre più convinta.
Al paesello, si vota fra qualche mese, ancora è prematuro per cambiare il corso delle cose ma a volta mi chiedo se non è forse il tempo di tornare a fare la politica con i nostri corpi, idee e immaginazioni. Forse in una piccola realtà è più facile immaginare il mondo che verrà; forse nelle aree meno antropizzate, dove migliaia di contadini si sono trasformati in emigranti e con loro, i figli e i figli dei figli, come una maledizione senza fine, si può ripensare al significato di accoglienza, o meglio di ospitalità. Le aree interne degli Appennini possono giocare un grande ruolo in questa crisi climatica, sociale e di senso che ci attraversa. Possono spalancare le loro porte e diventare nuove case per chi è in viaggio da altri luoghi o per chi è in cerca di un posto più sano, dove riconnettersi con la natura. Forse è utopia? Chissà, mi piace immaginare l’impossibile, a partire dalle parole.
E proprio dalle parole e dal loro micidiale e al tempo stesso potenziale impatto che vorrei chiudere questa lettera.
Sono ormai mesi che assistiamo a un genocidio in diretta social da parte delle forze israeliane sioniste nei confronti della popolazione palestinese. Se tutto ciò sta accadendo è anche e soprattutto grazie a una scorta mediatica che ha accompagnato il colonialismo israeliano in tutti questi anni. E per scorta mediatica intendo l’utilizzo di parole, immagini e narrazioni che non hanno fatto altro che deumanizzare, allontanare, trasformare un’occupazione in qualcosa “di complesso”. Le parole creano immaginari e gli immaginari creano una realtà. Lo ribadisco da anni. Sappiamo quanto determinate parole abbiano creato “nemici immaginari”; basti pensare all’epoca della guerra fredda dove i comunisti erano i “nemici” oppure, senza andare lontano, al post 2001 e come la costruzione di un “nemico immaginario”, attorno agli arabi, all’islam e alle persone razzializzate, abbia permesso al capitale e al potere di conservare il proprio status quo, deumanizzando e alimentando un razzismo violento.
La forza del capitale e del potere è avere la scorta mediatica, mezzi di distrazione di massa, controllati da pochi attori, elites e gruppi economici per garantire la loro sopravvivenza.
E allora, forse, per cambiare le cose, abbiamo bisogno di narrarci, di creare altri spazi di immaginazione e narrazione che tengano insieme la giustizia sociale e ambientale; l’antirazzismo e le lotte di classe; le lotte di genere e le lotte contro tutte le forme di discriminazione; l’antispecismo e il femminismo. “A che serve essere vivi se non si ha il coraggio di lottare”, diceva Giuseppe Fava, giornalista e mente raffinata ucciso dalla mafia nel 1984. E forse è proprio vero. Il cambiamento non lo vedremo mai ma tocca a noi lottare, iniziando a gettare i semi degli alberi che verranno. I semi di un nuovo mondo, i cui frutti saranno mangiati da qualcun altro. Questa è la grande responsabilità che abbiamo: smettere di pensare di essere il centro. Siamo solo minuscoli esseri di passaggio, in questa Terra. Ma per farlo abbiamo bisogno di creare il pensiero, un altro pensiero che crei cultura. Affinché le parole si trasformino in immaginari e gli immaginari in nuove realtà.
*Un abbraccio da Saint’Andrews, in Scozia dove ho la fortuna di presentare “La Terra mi tiene”.
E a voi vi lascio questa poesia di Rocco Scotellaro.
La terra mi tiene
Lunga strada seppur deserta
dove puoi menarmi non vedo
punto d’arrivo.
Scordarmi i vivi per ritrovarli
con tutto il peso che mi porto
della vita che m’è nata
i fiori son cresciuti la luce li accende.
Sradicarmi? la terra mi tiene
e la tempesta se viene
mi trova pronto.
Indietro
ch’è tardi
ritorno a quelle strade rotte in trivi oscuri.